Avia ragiuni u Dutturi Fugazzottu! Ovvero Le nozze d’oro

b7daf63d5d4dd49716dfe8d99e7157bbE’ Domenica, siamo a tavola. Le cose da noi succedono sempre a tavola.
Una delle mie cugine commette una piccola follia o mio zio manifesta qualche strana richieta tipo… UN UOVO E MEZZO o scoppia una discussione immensa provocata da…NIENTE, inevitabilmente parte il tormentone “Avia ragiuni u dutturi Fugazzottu!” e spesso tutto finisce in una risata.
Per la nostra famiglia “u’ Dutturi Fugazzottu”  è un personaggio che vive a metà fra realtà e finzione, è una leggenda, come Re Artù di Camelot, i folletti, le fate e i licantropi.
Tutti ne parlano, molti se ne ricordano, alcuni dicono di averlo conoscito ma nessuno, soprattutto fra le nuove generazioni, sa se sia davvero esistito.
L’unica certazza ce l’ha solo lo zio Santino: “Muriu pacciu nto n’manicomiu!”.
Per la verità anche questa affermazione ci è sempre sembrata parziale  e tendenziosa, forse è solo un sogno di vendetta nei confronti del rivale in amore, ma nessuno lo ha mai contraddetto, in fondo, che ci costa farlo contento? Se a lui piace immaginarlo così!
Per raccontare questa storia devo andare molto indietro: pare che la nonna di mio zio fosse rimasta vedova e, come spesso si usava, si fosse sposata con il fratello del marito morto. Dal primo matrimonio era nato il padre di mio zio, dal secondo mia nonna.
Questi fratellastri, sono andati avanti con le proprie vite, si sono sposati e hanno avuto a loro volta dei figli, che fra di loro erano ovviamente cugini.
Mia zia era davvero incantevole, “sembrava una tedesca” dicono di lei, per esaltare i suoi colori, bionda e con degli splendidi occhi azzurri.
Mia madre mi racconta spesso, che da giovanissime, tutte le volte che si incontravano dal parrucchiere, ancora prima di sapere che quella sarebbe diventata sua cognata,  commentava fra sè quanto fosse bella quella ragazza.
Ora, si sa, il primo amore di un ragazzo è spesso la cugina, ma nel caso di mio zio è stato anche l’ultimo. Per lui il colpo di fulmine è stato inevitabile. Certamente saranno stati tanti i ragazzi, a  non rimanere indifferenti a tanta bellezza ma noi tutti, ci ricordiamo solo del famigerato Dottore Fugazzotto.
Il Dottore Fugazzotto, che nonostante il nome non è detto che fosse un dottore davvero, era certamente uno pseudointellettuale, uno studioso, un pensatore insomma che per dissuadere mia zia dal portare a compimento questo rapporto, usava tesi scientifiche e trattati di psicologia, sostenendo che i figli fra consanguinei inevitabilmente sarebbero nati malati o per usare termini dei luminari del campo “babbi va..”, il tutto, sempre secondo Fugazzotto sarebbe stato aggravato da una lieve, presunta, accennata ma certamente ereditaria, forma ossessiva proveniente dal ceppo materno di mio zio.
Insomma la situazione era grave, il futuro appariva nefasto.
Mia zia che era giovane e impressionabile mise per breve tempo fine a questo rapporto, ma lo zio,  per fortuna, fra inseguimenti e atti di disperazione, riuscì a convicere la zia facendo trionfare l’amore.
Il titolo di questa storia farebbe presupporre che il Dottore Fugazzotto ci avesse preso…..certo, una delle mie cugine contava i giri dell’elastico della coda di cavallo, pretendendo che fossero uguali ogni mattina, così come  dovevano essere identici i fiocchi delle scarpe da tennis, un’altra qualcuna si spaventava di tutto quello che fa le bolle, dei sepolcri, dei gatti, dei topi e delle croci illuminate delle chiese isolate e un’altra è maniaca di ordine, pulizia e della Juventus, che se per caso la Domenica prima ha vinto, la volta dopo tutti devono sedersi allo stesso identico posto della volta precedente.
Ed è vero che mio zio qualche “fissazione” ce l’ha….
Però è anche vero che, tanto per dirne qualcuna, che mia nonna parlava utilizzando il linguaggio delle carte da gioco, che mio fratello era terrorizzato dalla morte e che io ho un odio insostenibile per le  brutte scarpe, soprattutto per le infradito inblu e dopo aver visto “L’Esorcista” da troppo piccola, vedevo le corna sulla testa di Michael Knight di Super Car nel poster in camera mia.
La verità caro Fugazzotto è che dalla pazzia non ci si poteva proprio salvare, la prova è che lo siamo un pò tutti in questa famiglia, in un modo o in altro, per eredità, contaminazione, acquisizione o dote innata. La verità caro Fugazzotto è che questo amore, strano, particolare, pazzerello, dopo 50 anni, vive ancora di serenate e schermaglie, vive in
una famiglia bella, vera, allargata, generosa. Vive in due persone che sono amorevoli padri e madri, anche adottivi a volte. Vive in un esempio di unione salda da seguire.
Insomma caro Fugazzotto, dopo 50 anni di matrimonio possiamo dirlo, mi sa che “avia ragiuni u ziu Santinu” ed eri tu ad essere troppo normale per noi.
Buon anniversario zii.

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Quella volta che mio padre ha “ricevuto” una sorellina, ovvero l’alternativa ai contraccettivi

sfNon è esattamente come quando si dice “mamma… mi regali una sorellina?”. No, no, no…Questa storia è più simile alla situazione “non la vogliooooo rimandala indietro!”.
Mio nonno aveva una sorella e  cinque fratelli, di alcuni di loro so molto, di altri molto poco o niente, ma quel poco che so sul prozio Pippo mi basta per raccontare questa storia, che da piccola mi ha fatto credere che avrebbero anche potuto decidere di darmi via.
Pare che zio Pippo e la moglie di problemi ne avessero, ma certamente non di fertilità, in mezzo ad un numero imprecisato di figli c’erà una bimba, a cui mio papà era affezionato.
Ogni tanto insieme a mio nonno andava a trovare i cuginetti.
Mi sembra di vederlo pulito e ordinato, agghindato come meglio si poteva, pantaloni corti e orecchie troppo grandi, che uscivano da una testa dai capelli perfettamente pettinati, con la “scrima” di lato che fa tanto Domenica.
Con i cugini certo giocava, si divertiva, ma quella bimbetta piccola, con gli occhi azzurri e “di belli biondezzi”,  doveva sembrargli proprio un angioletto, la coccolava e la vezzeggiava, non voleva mai lasciarla. Un giorno, arrivata l’ora di andare via, prese il coraggio a quattro mani andò dalla zia con la cuginetta al seguito ed esclamò: <<Zia, me la regali?>> e lei: <<eh…Pigghitilla, ta poi puttari!>>.
Fiero e orgoglioso, col suo regalo, si fa per dire, in mano, tornò a casa dalla sua mamma e i suoi fratelli. Mia nonna vedendolo arrivare con l’inaspettata ospite chiese come mai fosse con loro e lui: <<Me l’ha regalata la zia! E’ mia>>, mia nonna comunque felice di avere la nipotina a casa e certamente intenerita, ma sempre mia nonna era, immagino che avrà escamato: <<Si va bhe ta regalau,! A trova chi dici!>>.Immagine
Il pranzo, il riposino, i giochi….fatta sera nessuno veniva a prendere la piccola: << Si sta facennu taddu, ma non venunu ma pigghiunu…>> e mio padre, certo del fatto suo rispondeva: << ti ho detto che me l’ha regalata, non capisci niente!>>, <<…e basta cu sta babbaria, andiamo ad accompagnarla!>>.
Giunti dai genitori mia nonna disse alla cognata: << Nucciu savia fissatu chi ci l’avivi regalata, non sai chi cumminau>> e lei, fredda: <<Se voi ta poi teniri, io naiu assai…>>, si avvicinò alla figlia, le tolse la catenina d’oro del battesimo e la consegno ai miei nonni, che tornarono  a casa con una figlia in più, la quarta, a cui forse manifestarono più amore degli altri.
Dopo questo agghiacciate episodio i prolifici prozii, non smisero di figliarare e  ricevettero anche il perdono della figlia,  che con grande dolore di mia nonna, per gran parte della sua vita da adultà l’ha sostituita con la sua mamma di pancia così come ha sostituito i fratelli acquisiti, con quelli originali. Soprattutto mio padre, al quale non ha reso nessuna di quelle carezze ricevute da piccola, nemmeno nel momento di maggiore bisogno. Non so esattamente perchè, la mia parte compassionevole mi dice che forse è stato un modo per allontanare da sè un rifiuto che l’avrà segnata per sempre, la mia parte oscura che semplicemente esiste l’ingratitudine.

Oggi questa storia non mi fa più paura, oggi mi suggerisce che il bello della mia pazza famiglia è che in un modo o in un altro trova il modo di accoglierti, di trovare spazio per te, proprio come a un pranzo della Domenica, quando tutti si stringono per farti un posto a tavola, come hanno fatto per me, tante volte.

 

Quella volta che mio nonno è morto e resuscitato, ovvero i racconti di nonna Concetta

gaDalle nostre parti o comunque a casa nostra, che spesso è un mondo a sè, si dice che “non esistono matrimoni senza lacrime e funerali senza risate” e noi, un pò per tradizione, un pò per attitudine, cerchiamo di non discostarci troppo da questa realtà, nemmeno in questo momento.
Non siamo decisamente ad un matrimonio ma forse vorremmo tutti essere ad un funerale, quello della nonna. Suona strano lo so, ma è piccola e rinsecchita, incapace di parlare, di mangiare muoversi,  di riconoscere chiunque, nemmeno i suoi preferiti, perchè mia nonna, le preferenze ce le aveva e non ne faceva mistero. A vederla così, non si può fare a fare a meno di chiedersi quando si libererà da questa sofferenza. Sono certa che nella mente di tutti riecheggia questo stesso pensiero, ma la zia G., tanto devota quanto teatrale, che parla come dire…“col muso a culo di gallina” dovrebbe rendere l’idea… appena arrivata commette il grave, imperdonabile errore di dirlo a voce alta: “Che pena vederla così, quando finirà questo strazio, quando? Quando?”.
Ora a casa nostra e soprattutto se siamo tutti insieme “quando” non si può dire, ma soprattutto non si deve mai, mai, mai ripetere più di una volta consecutivamente.
In sequenza, io guardo in basso, comicio a mordermi le guance, concentradomi inutilmente su qualcosa di tristissimo, anche se fisso il pavimento sento lo sguardo incessante di mia cugina su di me, è un attimo, ci guardiamo, le risate cominciano a risalire dalla pancia incontenibili, prese da strane convulsioni cominciamo a ripetere ossessivamente “Signuri quannu, quannu?”, ci seguono a ruota i figli di nonna, nochè sua madre e mio padre; ci prendiamo un colpo di “cretine”  mia madre e suo padre, che non riescono comunque a rimanere seri troppo lungo, il resto della comitiva già ride,  il figlio della maggiore delle mie cugine, ha già le lacrime agli occhi, qualcuno comicia raccontare, con le stesse,  identiche parole che usava la nonna tutte le volte che ripeteva questa storia:
“Il nonno, in guerra, avia pigghiatu na brutta malatia, e non si liberau mai, quannu Nucciu er apicciriddu, ci vinni na crisi, non putia respirari e u ricoveraru a Catania, un ghionnu, pigghia e m’ariva un telegramma, che diceva che era GRAVISSIMO. Tutti mi diciunu, “se t’arrivau u telegramma voli diri chi muriu. Sicuru!”, io pigghiai a Lina e mi fici dari un passaggio cu fuggoni da don Giuvanninu.
Appena siamo arrivate, il nonno era sofferente e non cia facia mancu  a parrari, mi desi na littra (che io purtroppo non ricordo a memoria eccetto ” ti raccomando i ragazzi soprattutto L. che è femminucci).
I facci u lettu avia un crosifissu, u vadda e dicia sulu “Signuri quannu? Quannu?”…va ci ciccava u Signuri mu facia moriri, picchi non cià facia chiù. A un cettu puntu, pigghia e trasi un dutturi looooooongu, longu, longu, longu e dissi: <<Lasciatemi solo!>>. Chiddu chi è ci ci fici, u nonnu si ripigghiau e a sira stissa manciau e dopu na picca tunnau a casa.”
Non crediate che le nostre risate dimostrino poco rispetto per mia nonna sofferente o per la memoria di mio nonno, semplicemente noi, da sempre, abbiamo quest’arma segreta contro il dolore, che prima o poi tiriamo fuori.
Non è una scelta, ce l’abbiamo nel dna, dipenderà forse dal fatto che non siamo di nobili natali, noi proveniamo da avi ricchi di valori, di dignità, di coraggio e di spirito, costretti a combattere ogni giorno per andare avanti, per far rispettare le proprie idee, per trovare la propria collocazione nel mondo, costretti a consolarsi con una risata tutti insieme, a prendersi in giro l’un l’altro per le proprie debolezze per esorcizzarle e sopratto a ridere di se stessi.
Il mio “nonnone”, come lo chiamavo io, per fortuna, non ci ha lasciato case e cose, ma ci ha colmato di tutto il resto.
E’ per questo che chiunque fra noi, vada a trovarlo al cimitero, non dimentica mai di portare per lui dei garofani rossi, è un segno che le sue idee e i suoi valori, li rispettiamo hanno lasciato il segno in noi e spero in chi verrà dopo di noi.

L’abito non fa sempre il monaco, ovvero “u poccu ca cravatta sempri poccu è”

Un sabato in cui si deve lavorare è un sabato che non vale la pena di essere vissuto! Soprattutto se lavori in un una s.p.a.milleimpiegatimiracolodellaregionementreglialtrichiudononoiapriamo,
che ho già diffusamente descritto, in cui non si scusano nemmeno col minimo di paga sindacale per averti costretto a rinunciare all’unico, vero, unico momento in cui puoi dedicarti alla tua casa, alla tua spesa, al tuo cane, ai tuoi affetti e magari, alla fine, trovare mezz’ora solo per te.
Sveglia, doccia e mi ritrovo davanti all’armadio, lo faccio, indosso i jeans…orgogliosa entro in sala riunioni insieme agli altri 14 partecipanti, dirigenti e responsabili, che tengono in piedi la nostra s.p.a.milleimpiegatimiracolodellaregionementreglialtrichiudononoiapriamo
con la mia piccola ribellione addosso….Eh già, perchè, cito testualmente da circolare: “Negli uffici commerciali ed amministrativi è obbligatorio indossare vestiario adeguato sono vietati jeans, gonne corte, pantaloni tagliati, sfrangiati o scoloriti. Si fa obbligo l’utilizzo della giacca e della cravatta”.Comincia la riunione, conosco a men2memoria il power point che stanno presentando, per sopravvivere alla noia, esattamente come da bambina comincio ad analizzare i preseti uno ad uno, penso alle cose che so di loro, cerco di intuire quello che non so, provo ad immaginare le occupazioni del week-end a cui sono stati sottratti. Confesso di essere più indulgente con chi mi sta simpatico e sono sarcasticamente cattivella con gli antipatici… e mentre li osservo, il primo, con addosso il suo completo color cachi e le scarpe di legno, accavalla la gamba e gli si sollevano inevitabilmente i pantaloni all’altezza della caviglia, eccoli i veri protagonisti della riunione, gli scintillanti calzini di spugna in tinta su cui campeggia un enorme e molto marrone logo Sergio Tacchini.
Ho un mancamento, questa visione mi ferisce gli occhi, sono costretta a distogliere lo sguardo da questo insulto a quei canoni di buon gusto che si danno erroneamente per acquisiti dal mondo intero. Mi volto a sinistra…il ricamo in giallo “areonautica italiana” sul calzino del mio vicino mi fa perdere ogni speranza. Sono circondata.

“…Si fa obbligo l’utilizzo della giacca e della cravatta”… e dei calzini lunghi, scuri, unica tinta… no????

Ehi amico, quanti Gin Tonic abbiamo bevuto insieme?

la-vita-c3a8-un-aperitivo-1Ad occhio e croce i nostri saranno stati circa 2000 in tre anni ed abbiamo ballato mille canzoni, senza scarpe, solo per noi, solo per divertirci….ma i tempi cambiano e le amicizie intanto….che fine fanno?
In Sicilia imperversa il detto “si voi perdiri n’amicu, maritalu o fallu zitu”…Retaggio culturale, effetto del metodo “repetita iuvant”, profonda fiducia nella antica saggezza misti ad una certa pigrizia di analisi (ed autoanalisi) ci hanno convinti della veridicità del detto…..Ma (io ho un ma)….Non saranno gli amici ad abbandonarci quando ci innamoriamo, cambiamo abitudini, desideri, prospettive, quando non siamo più dei complici compagni di gioco?
E quasi come un traditore, tutti noi prima o poi abbiamo dovuto confessare…”Scusami sono innamorato e sono anche felice!”…A quel punto, inevitabilmente inizia la giostra degli avvertimenti e dei commenti alle vostre spalle, che riassumerei inquesta lista:

  1. Mmmmm…..finchè dura, considerala una bella distrazione, ma niente di più! (Scusa ma io faccio gli scongiuri!)
  2. Non essere troppo disponibile, si annoierà e ti lascerà. (Che poi lo sai bene che io le strategie non le ho mai sapute applicare!)
  3. Convivenza? Matrimonio? Figli? Stai correndo troppo, non vi conoscete, non è amore è solo entusiamo iniziale! (Qualsiasi cosa sia mi fa felice!…Convivenza,  Matrimonio, Figli….Si, SI, SI e  Magariiiiiiiii)
  4. Io lo avevo detto! Quando si lasceranno  e verrà a piangere qui non mi troverà! (Scusa ma io rifaccio gli scongiuri!)
  5. Sono insopportabili, sempre appiccicati.  ( Tu non lo sai ma sepotessimo entrare sotto la pelle dell’atro lo faremmo!)

Calma, calma , calma….Da questa giostra io voglio scendere mi sta dando il voltastomaco. Chi ti vuole bene non dovrebbe incoraggiarti ad avere speranza per il futuro? Consigliarti di essere te stessa, di non castrarti, di essere come sei che tanto vai bene così, che comunque tutto quello che dai con sentimento arricchirà prima di tutto te stessa? Di cavalcare il momento con gioia che tanto se cadrai chi ti vuol bene ti aiuterà a rimetterti in piedi comunque?
Amica mi sono innamorata, sono felice di addormentarmi abbracciata a lui sul divano tutte le sere, di  correre a casa dopo il lavoro  aspettando di vederlo, perchè anche se a volte lo ucciderei per il disordine che lascia, dopo 14 ore distanti mi manca da morire e la nostra casa è il mio locale preferito adesso, mi dispiace che ti annoi a frequentarlo, perchè anche se non c’è musica, gente e barman esperti, ci siamo io e la mia vita.
Forse la teoria darwiniana dell’evoluzione secondo cui: “non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento”, vale anche per i rapporti, durano nel tempo solo quelli che sono aperti a comprendere che tutto cambia. O forse non bisogna solo circondarsi di “fratelli e sorelle”, quelli il cui amore non cambia se cambiano le circostanze.

 

“…non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare!”- Jack Gambardella

a4bf6ebcdbc6a3070ae2ffd751840b3aQualche anno fa scrivevo sul mio diario:

<<Ad una cena alcune delle donne del “gruppo”, le mogli dei compagni di classe elementarimediesuperi del mio compagno, con cui sto e vivo da circa un anno e mezzo, si lasciano scappare che alcune ” natuuuralmaaaaanteeee eesclusiiiii i presaaaantiiiii”, mi trovano superba, insomma “una che crede di sapere tutto!” Subito il demone dell’insicurezza, quello che mi porto dentro da quando posso ricordare una sensazione interiore, quello con cui lotto ogni giorno, quello che mi ha fatto considerare immeritevole di stima da parte di mia madre e di amore da parte dei miei uomini, quello che mi ha portato a dover cercare di essere sempre adeguata all’occasione, a doverci essere per gli altri ad ogni costo, ha cominciato  a prendere a picconate le fondamenta di quel piccolo palazzo di consapevolezza di me, coraggio ed accettazione dei miei limiti. Ma ho un vantaggio su di lui, lo conosco e lo riconosco! Rimetto in ordine i cassetti dei miei pensieri, mi ripeto il principi che tutto parte da noi e mi interrogo…Sono superba? Non so rispondere…Mi ritrovo a cercare accezioni, definizioni, etimologia della parola “Superbia”.
I record più ricorrenti sono di natura religiosa, giusto per non addentrarmi in fonti troppo teologiche, cito dal sito della Treccani: “Nella teologia cattolica, uno dei sette peccati capitali, consistente in una considerazione talmente alta di sé stessi da giungere al punto di stimarsi come principio e fine del proprio essere, disconoscendo così la propria natura di creatura di Dio e offendendo quindi il Creatore”, e ancora, dall’enciclopedia “denoartri”, Wikipedia: “peggiore dei sette vizi è la superbia, poiché con questo sentimento si tenderebbe a mettersi sullo stesso livello di Dio, considerarlo quindi inferiore a come dovrebbe essere considerato. Infatti, nella mitologia cristiana, è proprio la superbia il peccato di cui si sono macchiati Lucifero, Adamo ed Eva.”…Sono rovinata! Di certo non potevo trovare compagnia peggiore!
Non mi basta! La fede è fede, si sa, e non si discute per definizione. Passo dunque ad una ricerca di natura terrena, tutti i dizionari sono concordi più o meno con questa definizione: “Alta opinione di sé che si manifesta con la costante ostentazione ed esaltazione delle proprie doti, unita a un atteggiamento sprezzante e altero nei confronti degli altri”.
Quanto ad “alta opinione di me” sto messa male care ragazze; in eterna lotta con lo specchio, non brutta ma mai nemmeno troppo bella; economicamente un disastro;  professionalmente un fallimento, costretta  sopravvivere in una azienda che si crede grande, fra mobbing, bestemmie ed indesiderate avances; casalinga pessima, corro sempre ma la mia casa non è mai perfetta e con una famiglia schiacciata dal peso della depressione di mio padre che mi ha costretta  a crescere molto in fretta a fare da genitore ai genitori, che mi faceva rimanere a casa perché sapete l’ansia ed il terrore di perdere chi ami  a volte diventa più forte del bisogno di divertirsi.
“Costante ostentazione delle mie doti”, forse avrei potuto parlarvi delle mie passioni, delle mie attitudini, di quello che mi piace leggere o ascoltare, dei miei assurdi gusti in fatto di film  (che hanno portato chi mi sta vicino ad annullare ogni diritto di scelta cinematografica), forse avrei potuto confrontarmi con voi, se solo vi foste fermate ad ascoltarvi…Che ci posso fare se non sopporto Benedetta Parodi e non ho i soldi per andare a fare lo smalto permanente ogni 15 giorni? Che devo farci se adoro cucinare ma il bimby non mi sembra l’invenzione del secolo e mi annoierei a fare un viaggio finalizzato allo shopping? Io però queste cose di voi le ricordo, insieme a tante altre, forse è segno che sono stata ad ascoltarvi, voi di me cosa sapete?
Dulcis in fundo “Un atteggiamento sprezzante e altero nei confronti degli altri”, qui ci vuole uno sforzo di memoria. Sono stata forse altera e sprezzante quando sono stata presente a tutti gli eventi che avete organizzato? E tutte le volte che mi sono offerta di acquistare regali di gruppo durante la mia pausa pranzo? Oppure quando candidamente ho ammesso che non potevamo partecipare al viaggio di gruppo perché non ce la facevamo a sostenerne i costi? probabilmente lo sono quando fingo di non sapere che pubblicizzate, ad ogni occasione, i rapporti , che continuate ad intrattenere con la invadentissima ex del mio uomo (che prima trovavate insopportabile!), considerandomi quasi invisibile.
Grazie ragazze è proprio vero che ogni difficoltà rappresenta un’occasione, non solo mi avete fornito lo spunto per aggiungere il significato di “superbia” alle cose che so (che, giuro, non credo siano tutte),  ma anche quello per riflettere su me stessa. La conclusione è che non sono super-ba, ma super-tenace, super-ironica (e soprattutto autoironica) e super-presente per chi amo ed è proprio per questo che dovrete continuare a tollerare la mia presenza finchè il mio compagno (con cui, tremate, spero di stare per sempre) avrà il desiderio di frequentare i vostri mariti.

A distanza di tre anni, con un rapporto sempre più complice col mio uomo, che si è trasformato in un felice matrimonio, posso affermare che del desiderio di essere accettata non me ne frega una beataminchia (si puo dire?), soprattutto da un gruppo di borghesucci, che non sopportano chi la pensa diversamente da loro, che non si mettono in dubbio nemmeno un attimo, che stanno crescendo borghesucci,che non si faranno nemmmeno una domanda nella vita, che non ascolteranno nessuna voce fuori dal coro, che hanno ridicolmente imborghesito anche i componenti della coppia che non lo erano ancora.
Con successo posso urlare mi sono salvata! E voglio credere di avere salvato anche il mio amore, che, non è mai stato come voi, che avete snobbato nei difficili della sua vita, che trovo sempre più aperto a considerare il mondo anche da altre angolazioni. E così quando raramente sono costratta per circostanze ad incontrarvi sorrido di un sorriso che vi sembra cortese ed invece è solo d’amore e di complicità nei confronti di chi accompagnerò, ovunque me lo chiederà; di consapevolezza di me stessa, forte del fatto che non vi piaccio, perchè io non sono come voi…e forse un pò superba mi avete fatto diventare.
Come dice Jack Gambardella: “…non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare!”

L’attesa – Episodio pilota

A me non è mai venuto tutto semplice, anzi niente. Quello che è naturale per molti io me lo sono sempre dovuto guadagnare c06034257c52d26851524449819538ca1on fatica, “è a me stidda”, diceva mia nonna. La mia tenacia è stata sempre più forte degli ostacoli e poi all’obbiettivo sono sempre arrivat. Anche questa volta, per avere una manina da tenere per sempre, dovrò percorrere stade tortuose.
Non sei arrivato in modo naturale e non sei arrivato nemmeno in modo pseudonaturale allora stiamo provando a venirti a prendere.
E’ più nelle nostre corde provare a salvare un bimbo in difficoltà, che trovare migliaia di euro per prove di laboratorio o almeno così ci sembra.
Provo a compilare la domanda di adozione: il primo passo è dimostrare di non avere strane malattie, ci vogliono delle analisi del sangue eseguite in una struttura ASL. Devo farle prima prescrivere. Ci vado di sabato, con mia madre, la quale ha già due splendidi nipotini che vede poco  e male perchè vivono in un’altra città e magari anche lei sperava in me. Ridiamo con, e anche un pò delle due signore che stanno lì a distribuire i numeri in sala d’attesa, che intrattengono il loro gentile pubblico con sketch comici di vita vera ….Le signore sono anche simpatiche, ma non posso fare a meno di rifolettere sul fatto che la pubblica sanità paga due impiegate per fare l’eliminacode umano.
Finalmente tocca a me: “Buongiorno,…sa…” – comincio timidamente e quasi emozionata- “..io e mio marito vorremmo adottare”. Lui: “nazionale o internazionale?” Io: ” vorremmo presentare  entrambe domande”. Lui, dandomi un schippettata.” Naturalmente siete ricchi, famillepicchi per l’internazionale, vi muccunu ammenu venticincincumilaeuro, preferiscono tenere i bambini in orfanotrofi che sembrano lagher; è uno scandalo, e poi arrestano quelle che si vendono i figli, almeno uno risparmia! L’adozione internazionale è lunghissima invece.” Non è un paese per giovani, ma nemmeno un paese per gente con dei sogni.
Mia madre mi guarda sgomenta, sa che quei soldi non li ho e non li avrò mai, sa che non abbiamo famiglie che possono sostenerci, sa che questa volta gli ostacoli saranno troppi.
Il medico mi prescrive le analisi e mi informa che c’è da sostenere anche una visita psichiatrica. Ringraziamo, salutiamo, salendo in macchina chiamo mio marito, lo informo di tutto, eccetto del commento sui venticinquemila euro, perchè lui si scoraggia più facilmente di me e gli dico. ” Amore, dobbiamo sostenere una visita psichiatrica, non solo non ci daranno un bambino, credo che gli assistenti sociali ci toglieranno anche il cane!”.
Ridiamo insieme, per fortuna non ho ancora smesso di prendermi in giro.

Cooming soon…….

“In televisione, il modo per scegliere una serie è che fanno un episodio, l’episodio chiamato “pilota”. Poi mostrano quell’episodio a gente che sceglie gli episodi e sul valore di quell’episodio decidono se vogliono fare altri episodi. Alcun vengono scelti e diventano programmi televisivi e invece altri no, e diventano niente. Lei era in uno di quelli che è diventato niente” – Pulp Fiction